La donazione con bonifico senza notaio è nulla

7 Agosto 2017

Il Sole 24 Ore 28 Luglio 2017 di Angelo Busani Emanuele Lucchini Guastalla

Sezioni unite. Tracciato il confine tra la liberalità diretta, per cui serve l’atto pubblico, e quella indiretta che non richiede formalità

È una donazione nulla, per mancanza di atto pubblico, il bonifico di una somma di denaro effettuato per spirito di liberalità, e cioè senza che l’operazione bancaria sia motivata dal fatto di essere il pagamento di un prezzo di un bene acquistato o di un servizio ricevuto dal beneficiario del bonifico.
Lo affermano le Sezioni unite della Corte di cassazione con una sentenza 18725 del 27 luglio 2017 destinata a essere menzionata nei manuali universitari perché effettua una netta linea di demarcazione tra due situazioni il cui confine è spesso assai sfumato: la donazione «diretta», per la quale il Codice civile prescrive la forma dell’atto pubblico a pena di nullità, al fine di costringere il donante a pensare a ciò che sta facendo; la donazione «indiretta», con la quale si arricchisce il patrimonio del donatario senza formalismi. È, quest’ultimo, il caso classico dei genitori che pagano il prezzo dovuto dal figlio per comprare un appartamento.
Un’evidente conseguenza di una donazione nulla è che se poi il donante muore, i suoi eredi hanno diritto a farsi restituire la somma donata dal donatario, a prescindere dal fatto che la donazione sia, o meno, lesiva dei diritti di legittima: donazione nulla infatti significa che il bene donato non è mai uscito dalla sfera giuridica del donante e che, quindi, egli (o, appunto, il suo erede) ha il diritto di pretenderne la restituzione. Se invece si abbia una donazione valida – come accade nel caso della donazione indiretta o della donazione diretta stipulata con atto pubblico – occorre che essa sia lesiva della quota di legittima per poter essere contestabile dagli eredi del donante.
Si spera ora che della sentenza tengano conto anche i giudici tributari e i funzionari fiscali e che, dunque, non si abbiano più sentenze come quelle (ad esempio le sentenze di Cassazione 634/2012 e 22118/2010) che hanno ritenuto dovuta l’imposta di donazione nel caso di trasferimento informale di denaro tra nonni e nipoti (anche minorenni !) o tra genitori e figli: se la donazione è nulla per mancanza del prescritto requisito formale, nemmeno si può pretendere l’applicazione dell’imposta di donazione, per manifesto difetto di capacità contributiva.
Né si può affermare che l’imposta di donazione si deve applicare, come l’imposta di registro, anche agli atti nulli (articolo 38, Dpr 131/1986), in quanto queste imposte presuppongono appunto un “atto”, ciò che appunto manca nel caso del trasferimento di denaro mediante bonifico.
Per le Sezioni unite si ha dunque donazione “diretta” (e, pertanto, la necessità dell’atto pubblico) quando ci sia un «passaggio immediato per spirito di liberalità di ingenti valori patrimoniali da un soggetto a un altro»: questa situazione è evidente nel caso del bonifico bancario, nel quale la banca agisce come mero esecutore di un ordine impartito da un suo correntista.
Altra situazione nella quale è evidente il carattere diretto della donazione è quella della consegna brevi manu di un titolo al portatore (ad esempio, un libretto bancario o postale) oppure nella emissione di un assegno, bancario o circolare, a favore del donatario.
Si ha invece – secondo le Sezioni unite – una donazione indiretta, priva del requisito formale (la sentenza 18725/2017 ha infatti anche il merito di contenere una articolata elencazione di tutti questi casi, ben motivati uno per uno):
con il cosiddetto contratto a favore di terzo che si configura, ad esempio, versando una somma su un conto cointestato e, quindi, in sostanza, arricchendo il cointestatario che beneficia dell’altrui versamento;
con il pagamento di un debito altrui (si pensi al genitore che paga il mutuo del figlio);
con il pagamento di un prezzo dovuto da altri (si pensi al genitore che paga il prezzo dell’appartamento che viene intestato al figlio);
con la vendita di un bene a un prezzo irrisorio (che è una donazione per la differenza tra il valore del bene e il prezzo pagato);
con la rinuncia a un credito a favore del debitore.

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La fattura non conservata è «occultata»

7 Agosto 2017

Il Sole 24 Ore 19 Luglio 2017 di Laura Ambrosi

Cassazione. Anche solo la mancata stampata del documento è reato

Commette il reato di occultamento delle scritture contabili obbligatorie il commercialista che emette e consegna fatture attive a terzi, ma non le conserva e annota sui registri.
A fornire questa interpretazione è la Corte di Cassazione, terza sezione penale, con la sentenza n. 35173 depositata ieri.
Un commercialista veniva condannato alla pena di 6 mesi di reclusione per aver occultato o distrutto le scritture contabili obbligatorie (articolo 10 Dlgs 74/2000).
La Corte di appello confermava la decisione del Tribunale e l’imputato ricorreva in Cassazione, lamentando che i giudici territoriali avevano erroneamente paragonato l’omessa esibizione dei documenti mai detenuti, all’eliminazione fisica degli stessi. Inoltre, mancava la prova del dolo specifico con la conseguenza che la condotta non poteva integrare la fattispecie delittuosa.
L’articolo 10 del Dlgs 74/2000 prevede che salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da un anno e sei mesi a sei anni chiunque, al fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, ovvero di consentire l’evasione a terzi, occulta o distrugge in tutto o in parte le scritture contabili o i documenti di cui è obbligatoria la conservazione, in modo da non consentire la ricostruzione dei redditi o del volume di affari.
La Suprema Corte, confermando sul punto la sentenza, ha innanzitutto rilevato che in tema di reati tributari l’impossibilità di ricostruire il reddito o il volume di affari a causa della distruzione o dall’occultamento di documenti contabili, non va intesa in senso assoluto. Sussiste, infatti, anche quando è necessario procedere all’acquisizione presso terzi della documentazione mancante.
Tale delitto tutela il bene giuridico della trasparenza fiscale ed è integrato in tutti i casi in cui la distruzione o l’occultamento della documentazione contabile dell’impresa non consenta o renda difficoltosa la ricostruzione delle operazioni. Va escluso il reato solo quando il risultato economico può essere accertato in base ad altra documentazione conservata dall’imprenditore e senza necessità di reperire ulteriori elementi di prova.
Nella specie la documentazione non era stata rinvenuta presso l’imputato, ma presso terzi, con la conseguenza che il reato risultava integrato.
Il contribuente aveva emesso delle fatture che non erano però state conservate e annotate, con la conseguenza che la contabilità obbligatoria era stata istituita, ma non era nella sua disponibilità.
I giudici di legittimità hanno precisato che anche la sola condotta di non stampare la documentazione, costituisce occultamento della stessa agli accertatori.
Particolarmente rigorosa poi la considerazione sulla sussistenza del dolo: la Cassazione, condividendo la decisione di merito, afferma che la professione di commercialista, in un simile reato, di per sé configura il dolo.

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Polizze vita «unit linked» senza euro-ritenuta

7 Agosto 2017

Il Sole 24 Ore 18 Luglio 2017 di Primo Ceppellini e Roberto Lugano

Ctp Firenze. Escluso l’occultamento di capitali all’estero

«Una polizza assicurativa sulla vita che, in quanto tale, non è soggetta alla applicazione dell’euro-ritenuta» La Commissione tributaria provinciale di Firenze, con la sentenza n. 646 dell’11 maggio 2017, si è pronunciata in merito ai profili fiscali generali delle polizze vita unit linked. È una delle prime volte in cui vengono analizzati questi aspetti, mentre finora si era sviluppata una corposa giurisprudenza dei tribunali italiani, nonché della Corte di cassazione, su temi di diritto civile quali la sequestrabilità e l’impignorabilità. Vediamo di riepilogare la questione esaminata dalla Commissione tributaria di Firenze e le conclusioni a cui essa è giunta.
La tesi delle Entrate
L’amministrazione finanziaria è ben consapevole che in taluni casi è stato fatto ricorso a usi distorti dello strumento. Non a caso, nel quaderno dell’Uif (Unità di informazione finanziaria) dedicato all’antiriciclaggio viene rammentato che «le polizze vita unit linked possono essere utilizzate per garantire un’intestazione sostanzialmente fiduciaria di attività già detenute dai sottoscrittori delle polizze con finalità di mera dissimulazione dell’effettiva proprietà».
L’agenzia delle Entrate si è espressa sul tema delle polizze unit linked estere nell’ambito della voluntary disclosure (circolare 10/E del 13 marzo 2015), ove si faceva riferimento alla possibilità di ricorrere alla collaborazione volontaria da parte del «contribuente italiano che ha proceduto a “schermare” il proprio rapporto presso una banca estera, mediante la sua intestazione ad una società localizzata in un Paese black list, o a “mascherarlo” sotto la forma di polizza assicurativa estera, riservandosi comunque la possibilità di movimentare lo stesso direttamente in qualità di procuratore speciale o indirettamente attraverso un proprio gestore di fiducia».
Nel procedimento esaminato dai giudici di primo grado di Firenze, l’ufficio contesta proprio questo aspetto, ovvero il fatto che i prodotti finanziari sottoscritti avrebbero solo formalmente natura assicurativa, mentre nella sostanza si tratterebbe di occultamento di capitali all’estero (cosa che avverrebbe con il versamento di quello che formalmente costituisce il premio). Lo strumento assicurativo sarebbe stato usato per evitare l’applicazione dell’euro ritenuta sulla fiscalità del risparmio e per evitare l’assoggettamento a tassazione in Italia. L’Ufficio, in conseguenza, ha recuperato in capo al contribuente, a titolo di redditi da capitale, i premi versati.
La sentenza
Di diverso avviso si è dimostrata la Commissione provinciale, che si è espressa in termini estremamente decisi: «Il contratto sottoscritto dal ricorrente è un normale contratto di assicurazione, del quale produce tutti gli effetti tipici: così, l’obbligo dell’assicuratore di pagare all’assicurato un capitale o una rendita al verificarsi di un evento attinente alla vita umana contro il versamento di un corrispettivo (premio); la durata è prevista fino al decesso del soggetto assicurato o fino al riscatto totale della polizza; in caso di morte dell’assicurato sono previsti uno o più beneficiari, ovvero in caso di mancanza di tutti i beneficiari gli eredi del soggetto assicurato. Dunque, si tratta di una polizza assicurativa sulla vita, che – in quanto tale – non è soggetta alla applicazione dell’euro ritenuta».
Prescindendo dall’aspetto specifico legato all’applicazione dell’euro ritenuta, sottolineiamo come la conclusione raggiunta dai giudici sia basata esclusivamente sulle caratteristiche contrattuali “di base” del prodotto. In altri termini, non sono stati presi in considerazione tutti gli elementi caratterizzanti il contratto (durata, trasferimenti di rischi, presenza di garanzie, regolamentazione dei fondi sottostanti alla polizza) che invece hanno sempre formato oggetto delle cause civili.
Non è però prudente sorvolare su questi elementi, per cui anche ai fini fiscali riteniamo che sia sempre più importante strutturare il rapporto tra contraente e società di assicurazione nel modo più attento possibile, avendo riguardo anche a quanto emerso dai filoni giurisprudenziali della giustizia civile, in modo che il contribuente sia sempre in grado di respingere concretamente contestazioni di simulazione e di dimostrare la natura previdenziale della polizza sottoscritta.

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Per gli utili black list vale l’incasso

7 Agosto 2017

Il Sole 24 Ore 13 Luglio 2017 dia cura di Primo Ceppellini e Roberto Lugano

Redditi di capitale. Il dividendo va qualificato in base alle disposizioni in vigore al momento della percezione

I «paradisi» hanno un livello di tassazione inferiore al 50% di quella italiana
La tassazione dei dividendi da società estere è stata interessata da diverse modifiche nel tempo. Può essere quindi opportuno un riepilogo generale di sintesi delle diverse situazioni che si possono presentare.
Le modifiche
Ci sono quattro aspetti importanti che sono cambiati non solo per quanto riguarda i dividendi, ma anche pe questioni collaterali comunque rilevanti ai fine della loro corretta classificazione. Facciamo riferimento ai seguenti elementi.
È cambiata la nozione di Paesi a fiscalità privilegiata. Dopo le modifiche introdotte dalla legge 208/2015 all’articolo 167, comma 4 del Tuir, infatti, bisogna ora fare riferimento non più a uno specifico elenco, quanto piuttosto a una situazione di fatto. Sono da considerare Paesi a fiscalità privilegiata (che per semplicità continueremo a indicare come Black list) quelli in cui il livello nominale di tassazione risulta inferiore al 50% di quello applicabile in Italia;
Le norme di penalizzazione sui dividendi percepiti da Paesi black list sono state oggetto di modifica con una definizione più chiara di utili “provenienti” da enti residenti in tali territori. Si tratta di una disposizione (introdotta dal Dlgs 147/15 nell’articolo 47,comma 4 del Tuir) che riguarda le strutture in cui tra il soggetto italiano e quello black list non vi è una partecipazione diretta, ma viene interposta una società localizzata in territori white list;
L’interpello disapplicativo ha perso il carattere di obbligatorietà, per cui diventa possibile, rispettando alcune condizioni di compilazione della dichiarazione dei redditi, disattendere la disciplina prevista per i dividendi black list senza passare attraverso la presentazione dell’interpello stesso.
Èstata estesa ai dividendi provenienti dai paesi a fiscalità privilegiata la possibilità di fruire del credito per le imposte pagate all’estero.
Alla luce di tutte queste modifiche, possiamo considerare le seguenti ipotesi:
dividendi provenienti da società estere white list;
dividendi da Paesi black list;
dividendi da Paesi black list da società soggette alla disciplina Cfc;
dividendi da società conduit controllate;
dividendi da società estere conduit non controllate.
Dividendi white list
Per questa categoria non è cambiato nulla, per cui i dividendi percepiti da distribuzioni da parte di società residenti in territori non fiscalmente privilegiati continueranno a essere assoggettati al regime ordinario, sintetizzabile nell’esenzione al 95% per le società di capitali, nel concorso al reddito per il 49,72 % (58,14 % dal 2018) del relativo ammontare per le partecipazioni qualificate delle persone fisiche e nella tassazione a titolo di imposta del 26 % per le partecipazioni non qualificate.
Dividendi black list
In prospettiva, data la nuova definizione e la struttura delle imposte sui redditi italiane (Ires e Irap), sono da considerare territori privilegiati (fuori dalla Ue e dallo Spazio economico europeo) quelli in cui gli utili delle società scontano una tassazione inferiore al 50% della somma delle aliquote di tali imposte.
Tuttavia è bene ricordare che per l’agenzia delle Entrate, dal 1° gennaio 2016, il criterio da adottare è quello che gli utili debbano essere qualificati sulla base delle disposizioni in vigore al momento della percezione del dividendo e qualora sulla base delle disposizioni ratione temporis siano qualificabili come non provenienti da un regime fiscale privilegiato è necessario verificare tale condizione anche con riferimento al momento in cui vi è stata l’effettiva formazione dell’utile distribuito (si veda la circolare 35/E del 2016 ai paragrafi 3.2 e 3.3 e la risposta all’interrogazione parlamentare del 19 gennaio 2017). Consideriamo inizialmente il caso in cui la partecipazione estera black list non è soggetta alla disciplina Cfc (perché non vi è il requisito del controllo): in questa ipotesi la regola di base è il concorso integrale dei dividendi (quindi al 100 % del loro ammontare) alla formazione del reddito del soggetto percipiente. Per evitare la tassazione integrale, occorrerebbe invocare la cosiddetta seconda esimente (articolo 167, comma 5, lettera b del Tuir) e dimostrare che dalla partecipazione non si consegue l’effetto, sin dall’inizio del periodo di possesso, di localizzare i redditi in Paesi con regimi fiscali privilegiati. Verificata quest’ultima condizione, ai dividendi si applicherebbe il regime ordinario di tassazione.
In ogni caso, grazie alle novità del Dlgs 147/2015, al soggetto residente spetta un credito per le imposte assolte nel Paese estero.

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Money transfer e giochi sotto sorveglianza

7 Agosto 2017

Il Sole 24 Ore 8 Luglio 2017 di Ranieri Razzante

Gli obiettivi. Gli altri elementi delle istruzioni delle Fiamme gialle

Money transfer e settore giochi sorvegliati speciali dalla Guardia di Finanza in materia di regolamentazione antiriciclaggio. È questo il nucleo centrale della Circolare con cui il Comando Generale ha comunicato le novità introdotte dal dlgs 90/17. I nuclei speciali di polizia valutaria e i reparti che svolgeranno ispezioni avranno come riferimento la Circolare in questione, che va ad integrare una serie di comunicazioni già effettuate dalla Gdf.
La polizia valutaria viene investita, dal nuovo articolo 9 del decreto, di ulteriori poteri di vigilanza, o meglio di un’estensione della platea dei soggetti sottoposti alle attività ispettive: gli istituti di moneta elettronica; i punti di contatto centrale degli istituti di pagamento; le succursali insediate in Italia di intermediari finanziari aventi sede legale e amministrazione centrale in altri Stati Ue o in Stati terzi; gli intermediari assicurativi che operano nei rami vita.
Per quanto riguarda i money transfer e gli agenti comunque denominati, la circolare ricorda che presso l’Oam (Organismo degli agenti in attività finanziaria e dei mediatori creditizi ) è istituto un registro pubblico informatizzato che conterrà i dati identificativi e logistici degli agenti e dei soggetti convenzionati, dati a loro volta comunicati dai punti di contatto centrale degli intermediari Imel e Isp. È opportuno ricordare infatti che il «punto di contatto centrale» è la persona fisica o la struttura, stabilita in Italia, atta a rappresentare istituti di moneta elettronica e istituti di pagamento che vogliano operare, sempre nel nostro territorio, senza succursali, ma solo tramite soggetti convenzionati (es. esercizi commerciali) oppure agenti (diversi da quelli in attività finanziaria già regolamentati dal Testo unico bancario). Questi soggetti, senza l’obbligo istituito dalla legge antiriciclaggio all’articolo 43, comma 3, non hanno avuto finora un riferimento univoco e una soggettività propria, per cui sfuggivano ai controlli antiriciclaggio nel nostro Paese. La Gdf avrà ora la possibilità di vigilare ispettivamente sui ripetuti punti di contatto, i quali, a loro volta, dovranno ricevere dagli agenti tutti i dati sulle operazioni svolte (compreso il titolare effettivo) entro 20 giorni dall’effettuazione delle stesse, così come ogni informazione e circostanza rilevanti per valutare l’inoltro di una segnalazione di operazione sospetta. La Gdf fa rilevare comunque che, essendo l’operatività del registro Oam subordinato a un dm Finanze, fino alla sua emanazione queste regole non saranno applicabili. Nonostante ciò, vengono richiamati i reparti ispettivi ad effettuare controlli sistematici sulle comunicazioni da parte degli agenti ai punti di contatto, e la loro conservazione per 12 mesi.
Per quanto riguarda i giochi, si ricorda che la vigilanza si estende di fatto a esercenti e distributori, anche se non ricompresi nell’elenco dei soggetti obbligati. Anche qui, operando questi soggetti per conto dei concessionari, la cui responsabilità per l’inosservanza delle norme antiriciclaggio resta primaria, alla Gdf va il controllo sui punti territoriali.
Il paragrafo 8 della circolare sottolinea, infine, che l’articolo 9 del nuovo decreto permette l’utilizzo a fini fiscali dei dati e delle informazioni acquisite nell’ambito di attività svolte in materia di antiriciclaggio.

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Dichiarazione infedele, amministratore di fatto concorrente nel reato

7 Agosto 2017

Il Sole 24 Ore 04 Luglio 2017 di Laura Ambrosi

Cassazione. Il padre aiutava la figlia

Concorre nel reato di dichiarazione infedele il padre che aiuta la figlia nella gestione dell’impresa individuale: il suo ruolo è paragonabile all’amministratore di fatto, configurabile anche se le funzioni riguardano solo alcune attività. A fornire questa rigorosa interpretazione è la Corte di cassazione, terza sezione penale, con la sentenza n. 31906 depositata ieri.
La vicenda
Una persona fisica veniva condannata dal Tribunale a un anno e quattro mesi di reclusione per dichiarazione infedele, relativamente a violazioni commesse dalla ditta individuale intestata alla figlia. Più precisamente, veniva considerato amministratore di fatto e correo nel delitto contestato. La decisione era confermata anche dalla Corte d’Appello: pertanto l’imputato ricorreva in Cassazione, lamentando che, pur avendo la firma sui conti, era estraneo alla tenuta della contabilità. Si limitava a una collaborazione con la giovane per aiutarla a intrattenere i rapporti commerciali. La Corte, ritenendo inammissibile il ricorso per manifesta infondatezza, ha fornito interessanti chiarimenti sulla qualificazione di un amministratore di fatto.
Nel corso della verifica, i militari avevano dato atto, innanzitutto dell’intervento del padre per qualunque richiesta di delucidazione, nonostante la titolarità dell’impresa fosse solo della figlia. Quest’ultima si era mostrata poco informata sulla gestione non solo commerciale (incassi e pagamenti), ma anche contabile. Inoltre, alcune fatture non contabilizzate erano state incassate sul conto personale del padre, dimostrando la piena disponibilità delle attività aziendali. Per queste ragioni, i verificatori prima e il giudice territoriale poi, avevano ritenuto che fosse l’amministratore di fatto e gestore dell’impresa intestata alla figlia e, quindi, corresponsabile del reato di dichiarazione infedele per aver sottratto elementi attivi superando la soglia di punibilità.
Le indicazioni dei giudici
I giudici di legittimità hanno precisato che in tema di reati tributari, per l’attribuzione a un soggetto della qualifica di amministratore di fatto, pur non occorrendo l’esercizio di tutti i poteri tipici dell’organo di gestione, è necessaria una significativa e continua attività gestoria, svolta non occasionalmente. Occorre continuità delle funzioni (di tutte, di alcune o una di esse) proprie degli amministratori. Tra questi compiti va considerato in primo luogo il controllo contabile e amministrativo, poi l’organizzazione interna ed esterna costituente l’oggetto della società. Con riferimento a quest’ultima, va verificata anche la funzione di rappresentanza eventualmente rivestita. La Cassazione ha così affermato che l’amministratore di fatto è chi esercita in modo continuativo e significativo i poteri tipici inerenti a qualifica o funzione: non è necessario l’esercizio di tutti i poteri, poiché è sufficiente «un’apprezzabile attività gestoria» non occasionale. Nella specie la conferma dell’intervento del padre emergeva anche dalla sua difesa. Il padre aveva riconosciuto l’omessa registrazione di operazioni attive realmente avvenute, peraltro incassate su propri conti correnti personali.

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Il socio non è responsabile in solido

10 Luglio 2017

Il Sole 24 Ore 13 Giugno 2017 di D.D.

FOCUS. IL QUADRO DELLE DISPOSIZIONI

La responsabilità dei soci, cosi come quella dei liquidatori, per le imposte non pagate dalla società risulta fissata dall’articolo 36 del Dpr 602/1973.
Per i soci la responsabilità entra in gioco quando hanno ricevuto dagli amministratori, nel corso dei due periodi d’imposta precedenti alla liquidazione, denaro o altri beni sociali in assegnazione o se gli stessi soci hanno ricevuto in assegnazione beni sociali dai liquidatori durante il tempo della liquidazione.
Va rilevato che la norma – che ha origine remote (Dpr 645/1958) – vuole evitare che l’Agenzia debba adire il giudice ordinario, attribuendo la competenza al “giudice che conosce meglio”, cioè al giudice tributario. Va anche considerato che la norma non attribuisce una responsabilità in solido dei soci e dei liquidatori con la società, ma si tratta di una responsabilità per fatto proprio imputabile a tali soggetti, come costantemente affermato dalla stessa Corte di cassazione (ex multis, Cass. 16446/2016).
Si tratta, difatti, di un debito distinto (la responsabilità non riguarda le sanzioni) dall’obbligazione tributaria dell’ente collettivo, anche se a questo commisurato. Ecco perché l’articolo 36 del Dpr 602/1973 stabilisce espressamente (comma 5) che l’atto nei confronti dei soci e dei liquidatori risulta un atto ulteriore e successivo rispetto a quello della società, tant’è che l’atto nei confronti dei soci e dei liquidatori deve risultare motivato circa la sussistenza dei presupposti stabiliti dallo stesso articolo 36 del Dpr 602/1973.
La responsabilità dei soci e dei liquidatori deriva, in sostanza, da un’obbligazione tributaria non assolta dalla società: il che può realizzarsi solo quando risulta notificato un atto valido nei confronti di quest’ultima. Ecco spiegato il motivo per cui l’articolo 28 del decreto legislativo 175/2014 ha voluto stabilire che un atto notificato nei cinque anni successivi all’estinzione della società risulta un atto valido: non tanto per agire, evidentemente, nei confronti di quest’ultima, ma per agire nei confronti dei soci e dei liquidatori sulla base di un atto valido.
Ma certamente non può risultare un atto valido quello notificato a una società che, di fatto, non può esercitare il proprio diritto di difesa (né i soci né gli ex liquidatori risultano legittimati processualmente), così che anche per le società che si sono cancellate dopo il 12 dicembre 2014 non può essere azionata alcuna responsabilità nei confronti dei soci e liquidatori per eventuali debiti tributari sopravvenuti dopo l’estinzione. Senza contare il fatto che la norma attribuisce la responsabilità verso soci e liquidatori in relazione a debiti sorti entro la cancellazione e non dopo.
Ad ogni modo, sotto il profilo fiscale, non può essere ritenuto valido l’accertamento nei confronti della società cessata notificato direttamente al socio. Per azionare la responsabilità fiscale di quest’ultimo occorre un altro atto rispetto a quello comunque “valido” della società. Altrimenti occorre cambiare la norma fiscale, che non risulta aggiornata dopo l’”evoluzione civilistica”.

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Abuso di potere se i soci perseguono interessi personali

10 Luglio 2017

Il Sole 24 Ore 15 Giugno 2017 di Antonino Porracciolo

Tribunale di Roma. Maggioranza in Srl

Si ha abuso di potere dei soci di maggioranza se le delibere perseguono un interesse personale dei medesimi soci in contrasto con quello della società oppure quando si mira a danneggiare i soci di minoranza. Lo ricorda il Tribunale di Roma, Sezione specializzata in materia di imprese (presidente Mannino, relatore Romano), in una sentenza dello scorso 31 marzo.
A rivolgersi al giudice sono stati i soci di minoranza di una Srl per ottenere l’annullamento di una delibera con cui era stato votato l’azzeramento del capitale sociale e il contestuale aumento dello stesso a 500mila euro. Secondo gli attori, l’operazione aveva lo scopo di escluderli dalla compagine sociale, giacché, per mantenere intatta la loro partecipazione (pari al 43%), avrebbero dovuto sottoscrivere quote per 215mila euro. Dal canto suo, la Srl ha contestato la domanda e ne ha chiesto il rigetto.
Nel respingere l’impugnazione, il Tribunale osserva, innanzitutto, che «nel nostro ordinamento societario non esiste una norma che identifichi espressamente una fattispecie di abuso nelle deliberazioni assembleari». Tuttavia, considerando la società come contratto, i soci devono eseguire l’accordo secondo le regole di buona fede e correttezza previste dagli articoli 1175 e 1375 del Codice civile. Princìpi, questi, che costituiscono «il fondamento – si legge nella sentenza – per riconoscere la figura dell’abuso di potere quale elemento invalidante le deliberazioni assembleari finalizzate esclusivamente a favorire la maggioranza a danno della minoranza».
In base a queste regole – prosegue il Tribunale, citando la sentenza 27387/2005 della Cassazione – l’abuso di potere è causa di annullamento delle delibere quando il voto «non trovi alcuna giustificazione nell’interesse della società e costituisca una deviazione dell’atto dallo scopo economico-pratico del contratto di società»: il che si verifica quando la delibera persegue un interesse personale dei soci di maggioranza contrapposto a quello sociale oppure mira a ledere i diritti patrimoniali e di partecipazione dei soci di minoranza. A parte queste ipotesi, «resta preclusa – continua la sentenza – ogni possibilità di controllo in sede giudiziaria sui motivi che hanno indotto la maggioranza a esprimere il proprio voto».
Inoltre, il merito della delibera impugnata può essere esaminato «solo in presenza di indici oggettivi che consentano di sospettare la violazione di vincoli» previsti dall’ordinamento. E l’onere di dimostrare tale violazione grava sulla parte che afferma l’illegittimità della delibera, fermo restando che la prova non è limitata a elementi che si sono manifestati prima del voto, ma può riguardare anche «comportamenti o indizi cronologicamente successivi».
Nel caso in esame, il Tribunale rileva che le perdite della società ne avevano azzerato il capitale, il che rendeva «legittima la scelta dell’assemblea di procedere all’operazione sul capitale»; peraltro, si trattava di una decisione che «consentiva alla società di evitare l’avvio della procedura di liquidazione». Quanto all’entità dell’aumento, le contestazioni dei soci attori erano generiche, e comunque la società aveva dimostrato che erano in corso trattative per un progetto di ripresa dell’attività.
Per queste ragioni il Tribunale ha quindi confermato la delibera impugnata.

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Licenziato per abuso di internet

10 Luglio 2017

Il Sole 24 Ore 16 Giugno 2017 di Giampiero Falasca

Cassazione. Espulso per giustificato motivo soggettivo il dipendente che ha usato la connessione a fini personali

Controlli dell’azienda «esenti» dai limiti dello Statuto dei lavoratori

Il dipendente che usa in maniera sistematica la connessione internet aziendale per fini personali può essere licenziato per giustificato motivo soggettivo. E l’azienda che usa degli strumenti di controllo a distanza per accertare l’utilizzo irregolare dei beni della società non è soggetta alle regole previste dall’articolo 4 dello statuto dei lavoratori, in quanto queste si applicano solo se il controllo riguarda lo svolgimento della prestazione ma non l’accertamento di eventuali illeciti del dipendente.
Queste le conclusioni cui giunge la Corte di cassazione nella sentenza 14862/2017 depositata ieri, con la quale è stata confermata la legittimità del licenziamento intimato da un datore di lavoro nei confronti di un dipendente che ha abusato ripetutamente della connessione internet messa a disposizione dall’azienda.
Tale dipendente si è connesso a fini personali per 27 volte, nell’arco di due mesi, restando collegato per 45 ore complessive. La società lo ha licenziato per giusta causa, e la Corte d’appello di Bologna ha confermato la validità del recesso, pur mutando il titolo in giustificato motivo soggettivo, in considerazione dell’assenza di precedenti e dell’esiguità del danno subito dall’azienda.
La Suprema corte conferma questa ricostruzione, evidenziando che il numero e la durata delle connessioni dimostra che è stato fatto un reiterato utilizzo per fini personali dello strumento aziendale, da un lato, e la natura intenzionale della condotta, dall’altro.
La sentenza esclude, inoltre, che i controlli effettuati dall’impresa per accertare l’utilizzo indebito della connessione possano configurarsi come controlli a distanza, soggetti alla regole previste dall’articolo 4 dello statuto dei lavoratori. Questa norma, osserva la Corte, disciplina le forme e le modalità di controllo che hanno per oggetto la prestazione lavorativa e il suo esatto adempimento, mentre non si applica a quei comportamenti illeciti dei dipendenti capaci di ledere l’integrità del patrimonio aziendale, il regolare funzionamento degli impianti e la loro sicurezza.
Questa affermazione, non del tutto nuova (si veda Cassazione 10955/2015), è molto importante, in quanto libera dai vincoli dell’articolo 4 dello statuto tutti quei controlli effettuati per la finalità di accertare la commissione di illeciti gravi da parte dei lavoratori.
La Corte esclude, inoltre, che l’azienda abbia violato le regole che tutelano la riservatezza e la privacy del dipendente, nel momento in cui ha verificato le modalità di utilizzo della connessione internet, in quanto il datore di lavoro non ha analizzato quali siti sono stati visti durante la navigazione, non ha visto la tipologia di dati che sono stati scaricati e non ha accertato se questi sono stati salvati sul personal computer.
La società si è limitata ad analizzare i dettagli del traffico di connessione, che non costituiscono dati personali, in quanto non forniscono alcuna indicazione in merito alla persona e alle sue scelte politiche, religiose, culturali o sessuali. I dati della connessione, secondo la Corte, forniscono solo elementi quantitativi di carattere generale, che possono essere riferiti – senza alcuna capacità di individuazione – a un numero indistinto di utenti della rete.

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Falso in bilancio non svalutare i crediti

10 Luglio 2017

Il Sole 24 Ore del 16 Giugno 2017 di Giovanni Negri

Cassazione penale. Confermata la condanna per bancarotta impropria nei confronti di un imprenditore

Era stata conservata nei conti una posizione inesigibile dal 2007
La conservazione nei conti di un credito inesigibile rappresenta un episodio di falso in bilancio. Di portata tale da aggravare il dissesto e condurre alla responsabilità per bancarotta. Lo chiarisce la Corte di cassazione con la sentenza n. 29885, Quinta sezione penale, depositata ieri. La pronuncia conferma così la condanna nei confronti di un imprenditore per bancarotta fraudolenta patrimoniale, bancarotta impropria da falso in bilancio, bancarotta semplice, per avere aggravato il dissesto dell’azienda non richiedendo il fallimento. Tra i motivi di ricorso la difesa aveva messo in evidenza la carenza di argomentazioni da parte della Corte d’appello sull’asserito falso valutativo, fondato solo, contestava il ricorso, sull’applicazione dei principi contabili che non avevano rango tale da potere integrare la norma penale.
Sul punto la Cassazione è netta nel respingere l’impugnazione. Ricorda infatti che la conservazione, nel bilancio della società poi fallita, di un credito in realtà inesigibile sin dal 2007, senza operare la svalutazione obbligatoria nella misura del 90%, aveva permesso all’impresa di proseguire l’attività senza prendere atto che il patrimonio netto era diventato negativo e che quindi era necessario provvedere alla ricapitalizzazione oppure alla liquidazione.
Quanto alla rilevanza da attribuire ai principi contabili, la sentenza sottolinea come questi non sono affatto irrilevanti come invece sostenuto dalla difesa. Rappresentano invece dei criteri tecnici generalmente accettati che permettono una corretta lettura delle diverse voci di bilancio. È possibile non tenerne conto, puntualizza la Corte, tuttavia va data adeguata informazione giustificazione dello scostamento. In questo senso si sono pronunciate le Sezioni unite penali con la sentenza n. 22474 del 2016, con la quale è stata illustra la rilevanza penale del cosiddetto falso valutativo, oggetto, dopo la riforma, di pronunce dissonanti da parte della stessa Corte di cassazione.
La conclusione, allora, è che la condotta trova una corretta qualificazione nella disciplina dell’articolo 223, comma secondo n. 1, della Legge fallimentare, disposizione che punisce chiunque provoca o contribuisce a provocare il dissesto della società. Dissesto da intendere come squilibrio econcomico che conduce la società al fallimento e responsabilità che può coinvolgere anche chi contribuisce a causarne anche solo una parte, visto che il dissesto non costituisce un dato granitico e può essere reso più grave.

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